Gheddafi Libia news: tensione a Tripoli

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Combattimenti sempre più violenti sono in corso nei pressi della residenza del colonnello Gheddafi a Tripoli. Lo ha constatato un giornalista della France Presse sul posto. Da ieri sera Tripoli è in mano agli insorti che hanno preso il controllo di numerosi quartieri. Combattimenti violenti sono in corso anche nel sud della capitale, secondo quanto riferito anche da altre fonti giornalistiche. Dalle 6 di stamani si sono potuti udire colpi di artiglieria pesante nella zona sud di Tripoli, senza tuttavia,  poter determinare con esattezza la provenienza dei colpi. Intanto la macchina dell’Unione europea è già all’opera per pianificare il post-Gheddafi in Libia, esortando il leader libico a dimettersi ”senza ulteriori indugi”. Lo ha detto alla Reuters il portavoce dell’Alto rappresentante Ue per la Politica estera e di sicurezza, Catherine Ashton. Il suo ufficio annuncia, a breve, un comunicato stampa sulla situazione in Libia. Secondo una fonte diplomatica anonima, il colonnello sarebbe ancora nella sua residenza di Bab Al-Aziziya a Tripoli. Quello che si sa con precisione è che i carri armati di Gheddafi hanno lasciato il bunker del colonnello e stanno bombardando una zona della capitale Tripoli, come riferito da una fonte degli insorti alla tv satellitare al Jazira, mentre le forze fedeli al leader libico controllano il 15-20% della capitale.

Il regime di Gheddafi ha raggiunto “il punto di non ritorno” ed il “tiranno” libico se ne deve andare, ha commentato il presidente americano Obama. Gheddafi “si arrenda” per evitare una situazione che “potrebbe trasformarsi in un bagno di sangue”, afferma Frattini. Ormai il raìs è spalle al muro, secondo La Russa. Ma si sa in Arabia le primavere sono brevi e ci si sente come in un’altalena, tra spinte rivoluzionarie e brusche frenate di depressione economica. Rimossi i tiranni tunisino ed egiziano, le aspirazioni alla libertà e alla democrazia subiscono il peso della crisi economica internazionale. Quanto alla Libia, non esiste più, e quello a cui stiamo assistendo sono solo rigurgiti di un regime passato, finito, perché non ha più l’appoggio dei poteri forti tradizionali, militari in testa.  Dietro tutto questo, lo spettro di una Somali infinita: dalla Siria allo Yemen, fino al Bahrein, è guerra civile e ovunque impera l’instabilità cronica. Inutile ricordare che il serbatoio dell’energia mondiale si trova proprio in queste zone calde, disseminate da fuochi di guerra.
La catena di rivoluzioni, e controrivoluzioni, in corso lungo la sponda Sud del Mediterraneo, nasconde un filo conduttore sottile ma comune, quello dell’ instabilità afro-asiatica prodotta con la fine della guerra fredda.
La goffa exit strategy di Obama carica le squattrinate e ormai vecchie potenze europee di responsabilità che non sono in grado di sostenere, ed ecco che l’area d’instabilità si espande e si gonfia come un pallone pronto ad esplodere in qualunque momento. Se la Libia è finita, lo sono anche gli Stati Uniti, nonostante ci sia ancora chi aspetta delle soluzioni a stelle e strisce senza rendersi conto che non arriveranno mai. Ad oggi, le uniche potenze in grado di condizionare questo contesto geopolitico sono Germania, Russia e Cina, perché sono le uniche in grado di condizionare anche l’America. La guerra in Libia marca lo spartiacque fra rivoluzioni e controrivoluzioni arabe e mette in mostra tutta la debolezza della Nato. Non ci si può ritirare dal globo e sperare di dominarlo.
Inoltre, rivolte e repressioni hanno aggravato la crisi economica che aveva contribuito a scatenare le proteste, accentuando la sofferenza degli strati più miseri della popolazione e colpendo i ceti medi, protagonisti delle piazze. Crudele ammetterlo, ma sembra che quasi tutti in Occidente tifino in segreto per i controrivoluzionari e i vecchi tiranni, ma tornare indietro è orami impossibile. In questi territori, dove soffia incessante il vento dell’intifada, si è aperta una opportunità, ma il finale è ancora tutto da scrivere. La partita è ancora aperta e tutta da giocare, in ballo non ci sono solo i regimi ma anche i nuovi rapporti di forza tra Arabia Saudita, Pakistan Israele, Iran e Turchia. E questo è solo l’inizio.