Google Drive e Google Penguin, due grosse novità da Mountain View

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L’azienda più grande al mondo rilascia due interessanti novità in questo fine mese di aprile. Si trattano di Google Drive e Google Penguin, rispettivamente un servizio di cloud computing per gli utenti del web ed un nuovo algoritmo di ricerca per il suo motore. Due novità che in molti hanno già sottolineato per la loro importanza. Vediamo più da vicino di cosa si tratta.

Google Drive, la sfida a Dropbox

Il cloud computing è una tecnologia che permette di depositare, modificare e condividere dati e file attraverso un server di rete. Questo significa che potremmo depositare un file all’interno del server cloud (o “nuvola”, come viene anche chiamato) attraverso un pc, e poi ritrovarcelo, sempre nella “nuvola”, accedendo da un altro pc, o uno smartphone, o un mac, un tablet, e così via. Molti utilizzano questo servizio come una comodissima funzione di pc o desktop remoto.

Ad oggi, Dropbox era il programma di cloud computing più utilizzato dagli utenti, offriva 2 giga di memoria gratis ed una serie di funzionalità per la gestione delle cartelle di file. Google Drive offre più del doppio dei giga gratuiti rispetto a Dropbox (5 giga), ed interagisce con altri strumenti quali Google Documents, Google Plus, Android Market Store, e così via. Sono funzionalità ancora tutte da approfondire, sicuramente ne sentirete parlare meglio nelle prossime settimane. Qui potete dargli un’occhiata.

Google Penguin, il fratellino di Google Panda

Da oltre un anno, l’algoritmo del motore di ricerca Google viene aggiornato con una certa frequenza, con l’obiettivo di migliorare l’ecosfera dei contenuti online, combattere i pirati del posizionamento sui motori di ricerca, e rendere un servizio finale più veloce, più efficiente e più gradevole per l’utente.

L’insieme di questi aggiornamenti viene definito “Google Panda”: non so voi, ma io posso affermare che, rispetto a 1 anno fa, le ricerche che effettuo su Google sono più soddisfacenti, sia a livello “amatoriale” (per passare il tempo, per intrattenimento, per ricerche personali) che “professionale” (per gli utilizzi che facciamo in redazione di Google).

Google però non è mai riuscito a difendersi bene dagli attacchi dei pirati dell’ottimizzazione sul web: il suo algoritmo, per dirla con poche parole (non è questa la sede di un approfondimento tecnico della questione), “ragiona” con i link presenti all’interno delle pagine web. “Parla con essi”, per misurare, valutare e ordinare le pagine web all’interno dei propri risultati di ricerca. Questi link però, da parte dei professionisti del web marketing e dell’informatica in generale, vengono forzati e posizionati per ingannare il motore di ricerca, non sono quindi link “naturali” (ovvero inseriti per l’utente, per approfondire il contenuto con l’ipertesto di altre pagine web), ma “artificiali” (ovvero inseriti per ingannare Google).

Orbene, Google, circa due giorni fa, ha rilasciato l’aggiornamento “Penguin”, una sorta di spalla destra di Google Panda. Stando alle riviste informatiche americane che per prima ne hanno parlato (qui e qui trovate un paio di interessanti articoli di approfondimento), Penguin sarebbe almeno 20 volte più capace di Panda di riconoscere i link artificiali, penalizzerebbe i siti che ricevono link forzati da altri siti web, e farebbe fuori le pagine che hanno un elevato numero di schemi di link o di “spamming” all’interno dello stesso sito web. Penguin inoltre farebbe un grosso lavoro retrospettivo di diagnosi nei confronti dei siti web che hanno una certa anzianità. In parole povere, da oggi i contenuti di qualità guadagneranno un bel pò di terreno rispetto ai contenuti “portati in alto” su Google grazie ai link artificiali negli ultimi anni. Parola di Matt Cutts.