Herman Melville, Moby Dick: una storia edificante

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Oggi è il 161° anniversario della nascita di Moby Dick, uno dei romanzi più popolari al mondo. Scritto dall’americano Herman Melville, come ogni caso di successo editoriale che si rispetti, anche Moby Dick ha una storia edificante da raccontare. Edificante non solo per chi opera nell’editoria o nella letteratura, ma per chiunque operi nel commercio e senta che il “fiuto per gli affari” è prima di tutto una questione di istinto.

L’istinto, ad esempio, non ce l’avevano i 27 editori del Maine ai quali si rivolse, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, la moglie del giovane Stephen King, proprio lui, che aveva scritto e abbandonato nel cassetto il suo primo romanzo breve, “Carrie”. King lavorava part-time come insegnante, e anche presso alcuni distributori di benzina o negozi di alimentari, per aiutare il suo stato economico non proprio favorevole. Sua moglie, Tabitha, insistette per mesi a proporre il manoscritto di “Carrie” ed era convinta che poteva essere pubblicato. Soltanto un editore credette in lei e all’irrisorio prezzo di 2.500 dollari si mise in mano le chiavi di quello che poi sarebbe diventato l’autore più venduto al mondo. Il secondo romanzo di Stephen King che pubblicò , “Salem’s Lot”, vendette 200.000 copie in una sola stagione e cedette poi i diritti per la produzione di un film a 500.000 dollari. Di “Shining”, terzo romanzo del re del brivido, neanche ne parliamo.

“Moby Dick” ha avuto invece una storia praticamente opposta a quella di “Carrie”. Herman Melville era un personaggio aristocratico, famoso sia come firma presso i più autorevoli giornali americani, che come scrittore di racconti popolari, raccolti poi in diversi volumi e venduti anche come racconti a puntate sulle riviste dell’epoca. Eppure, quello che oggi consideriamo essere uno dei romanzi più famosi che siano mai stati scritti, vendette solo 4.000 copie in 40 anni. Meno di 100 all’anno! Come è possibile?

La risposta la troviamo in questa parola: “società”. Gli editori che rifiutavano l’esordiente Stephen King, avevano bene in testa il declino delle riviste fantasy / horror (su tutte la mitica “Weird Tales”) che ci fu tra gli anni ’40 e gli anni ’60. Sapevano che nessuno voleva più sentir parlare di mostri venuti dallo spazio, alieni tentacolari e altre amenità che per circa mezzo secolo avevano definito un certo tipo di genere dell’orrore. La società non credeva più in quegli argomenti. Non nella letteratura popolare. L’editore che “azzeccò” Stephen King aveva intuito che lui poteva rappresentare proprio quella nuova generazione di scrittori horror, che restano negli ambienti della vita comune e trovano l’orrore nella psiche e nell’animo delle persone, piuttosto che nelle divinità e nei mostri. Il resto è storia. O, se volete, “società”.

Vi faccio un altro esempio: “Dracula”, 200 milioni di copie vendute e 37 edizioni tradotte in tutto il mondo nei primi anni della sua pubblicazione (prima edizione: 1897). Il motivo di questo successo? Sempre lei, la società: chi ha letto bene “Dracula”, sa come il vampiro viene sconfitto da un gruppo di ricercatori che fanno della scienza e dei nuovi mezzi di comunicazione (giornali, fax, radio) uno strumento di lotta contro la superstizione e tutto ciò che appartiene al passato. “Superstizione” e “passato” incarnati, appunto, nella figura del Conte Dracula: il vecchio che muore per colpa del moderno, una storia bellissima raccontata negli anni giusti, quello delle grandi rivoluzioni industriali.

Il romanzo di Bram Stoker, a un certo punto, pubblica una serie di telegrammi, e di orari degli spostamenti dei treni, e ancora missive, e risultati di laboratori di ricerca scientifica. Questo, man mano che Dracula si sposta e cerca di “eludere” i suoi inseguitori, finché non ci lascia la pelle. In quelle pagine, tra le righe, vince il moderno, vincono le città e i grandi spostamenti e, soprattutto, vince l’editore che aveva puntato su di lui, giacché a tutti i lettori piaceva la storia della sconfitta di Dracula.

“Moby Dick” come già detto non ebbe di queste fortune. Non vendette praticamente nulla fino alla morte del suo autore. Arrivarono gli anni ’20 / ’30 del Novecento, prima che il romanzo di Melville divenne popolare in tutto il mondo (fu Cesare Pavese, nel 1936, a tradurre la prima edizione per l’Italia). Quando gli imperi mercantili erano caduti, quando le grandi imprese di export-import navale chiudevano, quando la figura del capitano di una nave valeva meno della figura del capitano di un treno, “Moby Dick” divenne d’un tratto un bellissimo classico della letteratura, “una epopea biblica”, per dirla con lo stesso Pavese. Il capitano Acab, la sua spada forgiata dai fulmini, la sua perseveranza per combattere un nemico leggendario, tutto queste divenne a un tratto “mitologia”. E Moby Dick ha riscattato quanto si pensava fosse andato perso per sempre: milioni di copie vendute in tutto il mondo, grandissima popolarità e decine di trasposizioni nei fumetti, nel cinema e nella televisione. E oggi la balena bianca ha raggiunto un obiettivo importantissimo: a lei è infatti dedicata il Logo Google in versione world-wide-web. Cosa che Dracula non ha ancora fatto!