Spa: l’uscita dal nucleare costa cara alla tedesca RWE

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Anche in Germania c’è chi piange. La crisi dell’energia colpisce anche un gigante come RWE. Si tratta del frutto di un calo di vendite complessive in tutto il Vecchio Continente e il crollo dei prezzi del gas sul mercato “spot”, quello alimentato dai rigassificatori e non dai tubi in arrivo da Mare del Nord, Nord Africa, Russia. A questo si aggiunge la chiusura forzata di 7 centrali nucleari, le più vecchie, decisa dal governo Merkel.
Per questo anche se RWE è riuscita a risparmiare oltre 1 miliardo di euro in virtù della rinegoziazione dei contratti di fornitura con Gazprom, la grande rivale dell’azienda tedesca che ha annunciato che dovrà dare un luogo ad un nuovo taglio di personale.
Il 2° gruppo tedesco dell’energia ha affermato di essere tornata in utile nel 1° semestre di quest’anno con un utile netto stabile a 1,58 miliardi di euro (1,59 miliardi di euro nel nel 1° semestre del 2011) e con 273 milioni di euro nel solo 2° trimestre contro una perdita di 229 milioni di euro del 2011 a causa degli oneri avuti per l’uscita della Germania dal nucleare.
Il fatturato nel semestre è rimasto stabile a 27,09 miliardi di euro e l’ebitda è migliorato del 9 per cento a 5,05 miliardi di euro. I dati sono stati leggermente al di sotto delle attese degli analisti.
Il numero uno del gruppo, Peter Terium, ha parlato di “condizioni di mercato tutto fuorchè facili” e ha presentato un rafforzamento del piano di risparmi che comporterà altri 2.400 tagli (su un totale di 71.917 persone), definiti “inevitabili” per mantenere la RWE competitiva. In totale la perdita occupazionale sarà di 10.400 persone entro fine 2014, di cui 1/3 per dismissioni e il resto con misure di accompagnamento.