Tasse: il fisco inglese alle costole di Wayne Rooney e di tanti altri calciatori

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I grandi attaccanti sono abituati ad essere marcati ma questa volta alle loro costole non c’è un loro collega ma gli spettori del ministero delle Finanze britannico a caccia di grandi evasori.
Infatti una speciale unità di investigatori ministeriali, che si occupa di  grandi contribuenti ovvero quelli con un reddito superiore a 20 milioni di sterline l’anno (circa 23 milioni di euro), ha sottoposto ai più importanti club della Premier League un questionario con interrogativi sui benefici offerti ai giocatori, in particolare ai campioni inglesi più pagati, come John Terry del Chelsea e Wayne Rooney del Manchester United.
L’obiettivo è scoprire se i “fringe benefits” come uso di yacht e aerei privati, vacanze gratis, voli di prima classe,  carte di credito aziendali, utilizzo di automobili aziendali, protezione da parte di guardie private, assicurazioni mediche… siano da considerarsi come reddito in aggiunta al salario di base e ai premi partita, e dunque tassabili al livello del 50 per cento (l’aliquota che viene applicata nel Regno Unito a chi guadagna più di 150 mila sterline l’anno).
Non si tratterebbe dunque di qualche “regalino” una volta ogni tanto ma di un vero e proprio sistema di benefici a vantaggio di lavoratori salariati che sono già multimilionari e che aggiungono così altre entrate esentasse al loro considerevole patrimonio. E da questa indagine il fisco inglese pensa davvero di trarre interessanti nuove entrate.
Per esempio ci sono le vacanze di due settimane trascorse da Terry e dalla sua famiglia a bordo di uno degli yacht di Roman Abramovich, il petroliere miliardario russo che è il proprietario del Chelsea. Anche Frank Lampard ha usufruito di un “prestito” simile per le sue vacanze.
E non è la prima volta che il fisco di oltre Manica mette i calciatori nel suo mirino. Qualche anno fa infatti il Financial Times scoprì un sistema di evasione fiscale “legalizzata”, che permetteva a numerosi calciatori, tra i quali alcuni dei campioni sia inglesi che stranieri, di pagare le tasse a una ridicola aliquota, talvolta del 10 per cento o anche inferiore e in alcuni casi di non pagarle affatto, perché il 70 per cento o più del salario loro corrisposto veniva di fatto equiparato a un prestito senza interessi, concesso attraverso una società di investimenti con sede all’estero.